Uno dei fenomeni più inquietanti degli ultimi anni è, senza dubbio, costituito dal progressivo aumento – in tutti i paesi occidentali – del numero di disoccupati. Tale linea di tendenza, con variazioni legate agli specifici mercati del lavoro nazionali, è riscontrabile in tutte le società contraddistinte da una notevole dinamica sociale. I processi di sviluppo socio-economici che in tali paesi si vanno realizzando aprono, fra le altre, una contraddizione difficilmente sanabile: a un numero sempre più basso di “produttori” (di lavoro) corrisponde una quantità sempre maggiore di consumatori e fruitori. La fase storica che stiamo vivendo assegna ai “produttori“ un ruolo subalterno e difensivo , che spinge ingenti masse di soggetti verso una posizione marginale ed emarginata rispetto ai processi di sviluppo. In questo contesto l’aumento della disoccupazione si riflette, in principal modo, sugli anelli ‘deboli’ della catena: ipaesi meno dotati di risorse, le aree economicamente svantaggiate, i giovani, le donne.
Le politiche economiche restrittive portate avanti nella maggior parte dei paesi sviluppati hanno ulteriormente aggravato il problema: negliultimi tre anni i disoccupati nell’area OCSE sono saliti dai diciasette milioni del 1979 ai trenta milioni dell’82 e tale incremento, se si escludono gli USA ed il Giappone, pare destinato a continuare.


Si tratta di una disoccupazione provocata essenzialmente da una condizione di fenomeni: il rallentamento del ritmo di crescita dei paesi industriali e le politiche di riconversione messe in moto per far fronte alla nuova struttura della domanda hanno generato un numero di disoccupati che l’adozione dei politiche monetariste ha impedito di assorbire attraverso meccanismi espansivi di tipo Keynesiano. La combinazione di politiche di riconversione nel medio periodo e di stabilizzazione nel breve, concorrendo a determinare la stagflazione dell’economia mondiale, riapre per la prima volta dopo un ventennio di relativa prospetta del mondo occidentale, la questione della “disoccupazione e della miseria di massa” (cfr. Mariano D’Antonio e Massimo Lo Cicero, Mezzogiorno anni 80:   crisi dello sviluppo e nuova stratificazione sociale).
In Italia per la prima volta da circa un decennio, si riscontra una flessione dell’occupazione, soprattutto industriale, che l’espansione del terziario non riesce a compensare ed il tasso di disoccupazione passa dall’8,4% dell’81 al 9,2% dell’82 con punte massime di concentrazione specie nelle aree meridionali.
A tali tendenze, nel Mezzogiorno si aggiungono ulteriori elementi di aggravamento del problema: ad un andamento demografico positivo si aggiunge il fatto che la crisi internazionale non alleggerisce più regioni meridionali della manodopera eccedente, tradizionalmente assorbita dell’emigrazione.
Inoltre sono ormai consolidati gli effetti della scolarizzazione di massa, che nel passato aveva svolto funzione sostitutiva rispetto alla sistemazione lavorativa, e che ormai immette sul mercato forza lavoro qualificata, o comunque motivata diversamente che dal passato rispetto alla propria attività . Citando ancora D’Antonio e Lo Cicero, “ […] Si genera così nel mercato del lavoro meridionale un duplice squilibrioassoluto e relativo, tra domanda e offerta di lavoro e si cumulano […] gli effetti della stagflazione mondiale con le contraddizioni di un’area arretrata, investita da fenomeni di modernizzazione, come la scolarizzazione di massa, indipendentemente e prima di un parallelo sviluppo della produzione di risorse materiali”.
Gli spunti di riflessione cui si è brevemente accennati trovano una precisa rispondenza se si analizzano alcune variabili dell’offerta di lavoro in Campania.
La Campania ha, oggi, poco meno di cinque milioni e mezzo di abitanti di cui il 49% maschi ed il 51% donne.
Nel ‘78 risultavano occupate 1.627.000 persone (di cui 1.172.000 maschi) – con una contrazione di circa l’1%rispetto all’anno precedente – così distribuite:agricoltura 371mila, industria 450mila, altre attività 807mila.
La contrazione ha riguardato essenzialmente l’agricoltura, mentre il settore dei servizi ha registrato sensibili aumenti.
Questi pochi dati possono fornire già una prima indicazione di come si può orientare settorialmente, e quindi territorialmente, l’offerta di lavoro o, più genericamente, le sue aspettative: decrescente in agricoltura, stazionaria o in leggera diminuzione nell’industria (se si fa eccezione per le aggregazioni possibili intorno alle eventuali nuove ipotesi di localizzazioni industriali), essa si concentra nei servizi, quindi, prevalentemente, nei centri urbani e nelle aree metropolitane dove, tra l’altro, più forte è la spinta demografica.
Facendo riferimento alle rilevazioni dell’Ufficio Regionale del Lavoro all’aprile 1983, gli iscritti al collocamento in Campania risultano essere 578.592 (di cui 56,5% maschi), in totale il 15% circa della popolazione tra i 15 e i 65 anni.
Una prima, macroscopica indicazione scaturisce dalla lettura dei dati delle liste di collocamento disaggregati per fasce di età: tra i 15 e i 35  si concentra il 70% della disoccupazione complessiva della regione (75% di quella maschile e 62% di quella femminile), che quindi è prevalentemente giovanile, mediamente scolarizzata, con forte presenza femminile.
Un ulteriore specificazione all’interno di queste fasce d’età evidenza che, mentre demograficamente, i giovani dai 15 ai 19 anni rappresentano una quota complessiva inferiore al 10% della popolazione, nelle iscrizioni al collocamento essi risultano essere circa il 15% del totale.
Questo dato è ancora più rilevante per i giovani tra i 20 e i 29 anni, che rappresentano il 16% della popolazione complessiva e ben il 47% degli iscritti al collocamento.
Tuttavia, se sulla composizione dell’offerta di lavoro campana ha fortissima incidenza la presenza giovanile, non è irrilevante il numero di quanti appartengono a fasce di età superiore: tra i 30 e i 34 anni si trova l’8% circa degli iscritti, e dai 35 ai 44 si colloca circa il 10% dell’oferta di lavoro regionale. Ciò significa che il 18% dei disoccupati campani appartiene a fasce d’età che tradizionalmente vengono considerate “forti” sul mercato del lavoro, e ciò testimonia non solo la crisi in atto nei settori trainanti nella grande industria, che espelle progressivamente forza lavoro (si ricorda tra l’altro che nella regione vi sono circa 65mila lavoratori in Cassa integrazione ordinaria e straordinaria), ma anche le sempre più precarie condizioni della piccola e piccolissima industria o dell’economia cosiddetta ‘parallela’, anch’esso ormai non più in grado di assorbire l’offerta di lavoro campana.
Del resto mutamenti strutturali sono intervenuti nel mercato del lavoro:dal lato        della domanda sono ormai compresenti settori arretrati o decotti e settori tecnologicamente avanzati, che sempre più difficilmente si incontrano con un offerta che è qualitativamente carente di nuove professionalità o mediamente e altamente scolarizzata ma assolutamente non qualificata in settori specifici. Infatti il livello di qualificazione degli iscritti al collocamento in Campania vede una polarizzazione dei soggetti intorno a due categorie:la manodopera generica ed il settore impiegatizio, che raccolgono il 75% circa delle qualifiche dichiarate dai disoccupati, per cui solo il 25% delle qualifiche riguarda una specificità professionale (in genere in settori tradizionali o a bassa tecnologia) .
Una considerazione a questo punto va fatta: se da un lato l’offerta di lavoro in Campania fa riscontrare omogeneità che travalicano realtà territoriali (presenza predominante dei giovani, aumento delle iscrizioni delle donne, presenza rilevante di classi d’età marginali: giovanissimi e anziani), dall’altro non mancano disomogeneità interne tra singole aree e parametri (diversa distribuzione della scolarità, diverso peso della manodopera femminile, diversa qualificazione o dequalificazione professionale).
Questo panorama così contorto deve far riflettere anche sulla eterogeneità di attegiamenti ed aspettative verso il lavoro: esiste certo la figura del disoccupato puro o del giovane in cerca di prima occupazione, ma è probabilmente presente anche una quota di persone che disoccupate non sono, e cercano, attraverso l’iscrizione al collocamento, un miglioramento del loro stato occupazionale, spesso precario o non istituzionale.
In Campania queste situazioni sono compresenti, ma certo la maggioranza dei casi è rappresentata da un misto di queste figure sociali: giovanissimi provenienti da esperienze di lavoro minorile; o anche addetti in settori “arretrati” come l’artigianato di servizio (che recluta dal garzonaggio o dall’apprendistato camerieri/e, barbieri/parrucchiere, meccanici, idraulici, stiratrici, ecc.) o in settori non valorizzati, come l’artigianato di mestiere (sarti/e, ricamatrici, artigianati della terracotta, ecc.); operai della piccola industria della pelle e del cuoio (borsifici, calzaturifici, ecc; o ancora, soggetti occupati solo saltuariamente ( per es . nell’agro-industria o nelle piccole imprese) .
A fronte di tale eterogeneità del mercato del lavoro, e rispetto ad un padronato che troppo spesso persegue l’obiettivo di sfuggire ad un utilizzo controllato e contrattato dalla forza lavoro, occorrono risposte articolate, con la costruzione di strategie che, cogliendo l’interdipendenza tra governo dell’economia e governo del mercato del lavoro mirano al concreto inserimento nei processi produttivi dei nuovi soggetti sociali.
In Campania la sinistra insieme al sindacato, oltre ai tradizionali terreni di confronto per la salvaguardia dell’occupazione-controllo e contrattazione per i settori in crisi e per la riconversione e ristrutturazione aziendale ha lottato per la conquista di ulteriore terreno, quello offerto dalla legge 140/81 di riforma del collocamento per la sperimentazione di nuove politiche attive del lavoro (sulla base del decreto legge 1602 in discussione al Parlamento) .
Tale legge ha consentito, attraverso la creazione di sedi circoscrizionali, una redistribuzione territoriale dei bacini di manodopera (in modo da compensare le occasioni di lavoro per gli iscritti alle varie circoscrizioni), ed ha istituito una Commissione regionale per L’impiego, composta dalle parti sociali ed istituzionali presenti nella regione, con potere deliberativo in materia di avviamento al lavoro in relazione alle specifiche realtà territoriali.
Tale struttura è stata utile strumento per intervenire su alcune questioni rilevanti nel mercato del lavoro campano: in tal senso vanno interpretate le nuove normative riguardanti le chiamate numeriche e nominative, gli avviamenti per i lavoratori in mobilità, l’introduzione dei criteri che privilegiano la ex dipendenza per i settori stagionali, l’assunzione dalle liste del collocamento per le qualifiche medio-basse anche nel settore del pubblico impiego, la messa a punto di nuove procedure per l’accellerazione degli avviamenti.
Tali iniziative, per quanto necessarie, non sono però sufficienti alla individuazione di un quadro complessivo di interventi concreti in tema di politiche attive per l’impiego: è necessario che gli interventi in tale materia siano il frutto di scelte politiche di fondo che, tenendo conto dell’esistente, individuino una tendenza che deve fare da sfondo a tutta la materia sin qui trattata: bisogna, oggi, dare una risposta in positivo a tutte le spinte che da varie zone della società (i giovani, le donne, i ceti produttivi, gli anziani) impongono l’adozione di misure ordinarie – e anche straordinarie – per risolvere la grande fame di lavoro che contraddistingue la nostra regione ed il nostro paese.
È necessario passare, per cosi dire, da una politica della gestione (che favorisce il “particolare”, la clientela, la corporazione) ad una gestione della politica che privilegi le masse dei disoccupati, i giovani, le donne, i lavoratori in Cassa integrazione guadagni, i lavoratori in nero, gli emarginati).
In questa ottica la sinistra deve ricercare soluzioni elaborando progetti innovativi, sviluppando risorse sia materiali che intellettuali, approntando la politica che favorisca lo sviluppo di forme di autogestione (cooperative di giovani, di professionisti, di artigiani) le ipotesi di progetto per lavori fuori mercato (assetto idrogeologico, intervento aree urbane, energia, sistemazione del territorio, protezione civile); l’emersione del lavoro nero attraverso forme di contribuzione per le imprese e di preservazione del reddito per i lavoratori da esse dipendenti; un nuovo strategico impegno indirizzato verso la Funzione Pubblica che tenda al superamento della dicotomia tra domanda ed offerta attraverso la esaltazione delle professionalità disperse o potenziali, ed infine, ma solo in ordine di elencazione, l’istituzione di un sostegno al reddito a favore, di quote di disoccupazione per particolari fasce d’età legato alla presenza di precisi requisiti (età, reddito familiare) e vincoli (disponibilità al lavoro, alla formazione professionale, ecc.) .
In conclusione, il panorama del marcato del lavoro in Campania presenta una realtà composita e di estrema dinamicità, dove molte sono le possibilità di aggregazione e di movimento, ma altrettanto numerose le difficoltà, acute le tensioni diversi i bisogni.
E a nostro avviso, urgono sempre più i tempi per le risposte.

[Relazione alla Commissione sul Mercato del lavoro, Conferenza d'Organizzazione della Cgil Campania, 5-6-7 dicembre 1983, Caserta]

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