cnimis pNella doppia veste di ricercatore sociale e, purtroppo, zio di Ciro Esposito un’altra vittima del calcio, dal 3 maggio sono stato catapultato nel mondo del calcio e in quello degli ultras in particolare.
Ho cercato di applicare al calcio il metodo che avevo sempre utilizzato per lo studio delle politiche industriali, e dello sviluppo locale, avevo voglia di conoscere, capire ed ho iniziato un viaggio nella galassia ultras. 
Ho incontrato tanti ultras, di Napoli ma non solo.
Mi sono interessato al fenomeno, volevo capire. Sono andato anche a Brescia, Bergamo. La prima cosa che mi sono sentito dire, proprio dagli ultras del Brescia e dell’Atalanta è stata: “Con questa testa non vai da nessuna parte, sei buonista”.

 Mi bollarono così: buonista. Allora ho cambiato prospettiva, ho cercato di capire le dinamiche e come mettere in campo una strategia per sconfiggere la violenza collegata al tifo.
In questi mesi ho compreso tante cose. In questa società che è a-valoriale e amorale, in cui una persona che studia è considerato un povero cristo, uno sfigato e prevalgono sempre più i valori dell’effimero, il calcio è diventato una delle poche forme di identità sociale rimaste e la più importante.


Identità che si sviluppano attraverso rituali che dobbiamo provare a capire se vogliamo risolvere il problema. La repressione, da sola, non serve. Serve nell’immediatezza dell’evento ma nel medio-lungo termine no, perché non modifica i processi che originano la violenza. Quindi il nodo dell’identità territoriale non va rimosso, bensì va valorizzato e incanalato in un processo comunitario non regressivo ma inclusivo.

Non possiamo far finta di non capire quale sia il problema. E non possiamo ignorare che l’Italia, oltre a difficoltà comuni con l’estero, ha l’aggravante del razzismo.
Se noi vogliamo provare a debellare il fenomeno violenza negli stadi, dobbiamo condurre una battaglia per aprire gli stadi, renderli fruibili, prendere atto che la violenza è insita nel meccanismo simbolico che gli ultras si sono scelti, e bisogna ricollocarla in un sistema allegorico che neutralizzi le spinte violente usando gli stadi, ritrasformarli di nuovo in “arena simbolica”.

È necessario però incanalare nei giusti binari un passaggio chiave per loro: la morte simbolica dell’avversario. Che prima, magari, poteva avvenire anche grazie a una coreografia spettacolare che invece oggi è stata vietata e porta la simbologia “fuori” dello stadio con rituali che scivolano sempre più spesso nello scontro fisico con l’avversario.

Il nodo è riuscire a offrire uno sbocco all’identità del tifoso che altrimenti, in assenza di valori positivi, non può che indirizzarsi verso il razzismo. Il razzismo negli stadi in Italia andrebbe combattuto seriamente, con multe molto salate, seguendo il modello Thatcher: colpire le società, quasi sempre succubi o conniventi nella tasca. Questi soldi, però, non dovrebbero poi andare alla Federcalcio ma a una Fondazione che si occupi dell’educazione allo sport per le generazioni future. Altrimenti è tempo perso.

Il tifo può essere incanalato in un sistema comunitario positivo, all’estero succede: i tifosi di una squadra scozzese hanno impedito ai romanisti di esporre uno striscione anti-napoletani; «furono gli scozzesi a srotolare uno striscione con la scritta “tifosi sì, razzisti no”.
Ricordiamo la figura di Sócrates, per me modello umano, calcistico e politico; quel che è successo a Bilbao in occasione dell’incontro Athletic Bilbao-Napoli, quando i baschi accolsero i nostri tifosi con la certezza di vincere, «perché loro non erano solo una squadra di calcio; no, loro erano la Nazionale basca, avevano un’identità ben definita di cui erano orgogliosi. E dopo la partita andarono a bere con i napoletani che assistettero alla loro festa. C’è modo e modo, quindi, per giungere alla morte simbolica dell’avversario».
Io sono critico nei confronti del mondo ultras perché spesso hanno un atteggiamento sbagliato: il loro è un mondo totalmente autoreferenziale.

Per sconfiggere la “mentalità” ultras occorre avviare un lavoro capillare nelle scuole per far comprendere ai ragazzi, futuri tifosi, che orgoglio e identità nazionale non sono l’uno contro l’altro, e che l’identità territoriale con la razza non c’entra nulla. L’obiettivo che dobbiamo affermare è che la morte simbolica dell’avversario diventi una festa, come a Bilbao.

[Sintesi intervento al convegno “Il mondo accademico in campo per migliorare la sicurezza” promosso dall’ 'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive e dal Dipartimento delle Scienze sociali dell’Università di Napoli Fedeico II il 28 ottobre 2014]

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