water front tIl dibattito sui “nuovi termini della questione meridionale”, che finalmente si sta sviluppando sulla stampa locale, mi ha richiamato alla mente un bel saggio di Vittorio Foa sul movimento operaio nel quale, l’autore, di fronte ai cambiamenti avvenuti nella società italiana alla fine degli anni settanta, sosteneva che di fronte ad alla realtà, che sembrava di difficile interpretazione, si stava commettendo un errore sistemico: si utilizzavano lenti che non consentivano più di interpretare i dettagli. Egli sosteneva che, per poter “leggere correttamente” la mutata realtà, bisognava cambiare gli occhiali. Il problema non era la realtà “non interpretabile” bensì i paradigmi inadeguati ad interpretarla.
La metafora degli occhiali mi sembra qquanto mai appropriata applicata all’attuale fase del dibattito in corso sul meridionalismo.

Messo da parte, finalmente, l’assolutismo meridiano da più parti si cerca di affrontare in modo nuovo la necessità di una nuova riflessione sul Meridione e, giustamente, si è affermato che “declinare oggi il meridionalismo significa dunque spingersi un po’ più in là delle categorie desuete” (Zollo, La Repubblica, 25 luglio 2004). Il pensiero meridionale classico è insorto affermando che la questione meridionale esiste ancora, ma questo era esattamente l’assunto di partenza del ragionamento sviluppato che si riallaccia ad una riflessione plurale che gli animatori di Novus Campus, e tra questi, in primo luogo Zollo, portano avanti ormai da tempo.

Per riportare la discussione nel suo alveo naturale, noi dobbiamo rispondere ad una prima domanda che i vari soloni di un meridionalismo di maniera, spesso, non si pongono: perché le politiche di sviluppo del Mezzogiorno, pur a fronte di ingenti risorse finanziare messe in campo, non hanno prodotto, nel tempo un duraturo sviluppo industriale? In modo empirico possiamo sostenere che, al di là delle cause del loro insuccesso, se quelle politiche non hanno prodotto uno sviluppo durevole, in ogni caso non erano politiche efficaci. Inoltre, possiamo affermare che le politiche (giuste) a sostegno dello sviluppo locale, pur avendo prodotto buoni risultati, sono di per se insufficienti a risolvere in modo esaustivo i problemi di crescita del Meridione, piccolo è bello ma nel nostro caso non sufficiente.
Che fare? Io partirei da una felice intuizione del movimento ambientalista che ha creato un neologismo efficace per indicare una nuova prospettiva anche al movimento neomeridionalista: pensare glocale. Pensare glo(bale-lo)cale significa, nell’era dell’economia della conoscenza e delle reti, tentare di ricollocare concettualmente la questione meridionale sia rispetto all’attuale fase di sviluppo del capitalismo nazionale e internazionale sia rispetto alle dinamiche dei vari sistemi locali e territoriali e alle loro vocazioni.

C’è un primo problema: l’Italia vuole ancora giocare un ruolo nella produzione di merci e se si, quali prodotti vuole produrre? come vuole acquisire now-how? attraverso quali politiche per la ricerca? dove vuole localizzare i centri di eccellenza e in quali settori? Il Nord del Paese praticamente non ha più forza lavoro e aree disponibili per l’allocazione di nuove attività produttive. Quindi la questione industriale è una questione nazionale che, se e quando si deciderà di affrontare, coincide in massima parte con la questione occupazionale (i tassi di disoccupazione) che è questione meridionale (i disoccupati e le aree di sviluppo).

Non è questo il luogo per una discussione di politica industriale, ma ci permettiamo ugualmente di avanzare una proposta: perché il Presidente della Regione Campania non candita il Mezzogiorno (la dimensione regionale è ormai insufficiente) ad assumere un ruolo di leadership nazionale e internazionale sull’idrogeno (auto ed energia pulita)?

La seconda questione, che si pone davanti a chi ha a cuore, per le nostre aree, un destino diverso dalla decadenza, è qual è il baricentro dello sviluppo del Mezzogiorno? che significa certamente individuare prodotti e tecnologie ma, anche, in primo luogo, relazioni e reti d’interscambio. Il Sud può, realisticamente, ancora giocare un ruolo nelle dinamiche europee, alla luce delle scelte già effettuate dalle economie forti di privilegiare l’Est Europa, senza cambiare gli occhiali? Io penso di no!

Il Sud, cambiando prospettiva, può giocare un ruolo formidabile di baricentro sistemico rispetto alle politiche d’interazione tra l’Europa e il bacino medio-orientale e del Nord Africa. In pratica siamo ritornati all’inizio del dibattito, la questione meridionale va ricollocata (nessuno ha affermato che va annullata) all’interno della proposizione della Questione Mediterranea, dove non solo il Meridione d’Italia può giocare un ruolo di catalizzatore e promotore di risorse materiali e immateriali, ma può trovare anche, in una logica di cooperazione e scambio egualitario, una possibile dimensione territoriale verso cui indirizzare il proprio sviluppo.

In conclusione possiamo affermare che “se la questione meridionale diventa Questione Mediterranea allora, forse, siamo entrati di nuovo in sintonia con i processi della storia” e possiamo finalmente operare per chiudere, in modo definitivo, la ferita che si è aperta, all’indomani dell’Unità d’Italia, tra il Sud ed il resto del Paese.

[L’Articolo, 7 agosto 2004]

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