In questo libro Vincenzo Esposito ricostruisce la storia dell’industria della pasta, nata in piccole aziende che poi hanno assunto dimensioni più grandi sino a diventare delle vere proprie industrie, come quella di Gragnano. Nel libro Vincenzo ci parla di tre grandi città come per l’appunto Gragnano, Torre Annunziata ed Amalfi.
È un libro che parla di tradizione, di artigianato, di lavoro, di sapienza, di usi e consuetudini di un popolo che nasce mangiafoglie e diventa mangiamaccaroni.
Vincenzo Esposito in questo libro e, in particolare, nel suo saggio che precede l’antologia, ci presenta figure, mestieri, strumenti conferendogli, nella minuziosità delle descrizioni, una certa sacralità:
- la figura poetica e mitologica del Capopastaio, “un po’ meteorologo e un po’ indovino” secondo cui “la pasta si fabbrica con lo scirocco e si asciuga con la tramontana”;
- lo strumento del cosiddetto Ingegno, ovvero il Torchio spinto a braccia, che sconvolge ad un certo punto la produzione manuale;
- lo schianaturo, dove le donne stendevano la pasta a sfoglia per lavorarla;
- la forchetta che diventa a quattro punte e più piccola appositamente per consentire ai Borbone di mangiare gli spaghetti a corte.
In questo libro che attraversa la storia della pasta, Vincenzo Esposito è capace di rendere poesia anche il semplice impasto fatto di semola di frumento e acqua.

Ed in questo viaggio nel tempo, ci racconta le origini:
- dal mondo arabo, agli opifici voluti dai Borbone che ebbero notevole successo,
- dal declino dovuto all’insostenibile tassa all’indomani dell’Unita d’Italia sulla macinazione dei cereali istituita per far fronte ai debiti di guerra del regno sabaudo nella guerra contro l’Austria (sempre a conferma dell’opera di depauperamento e di subordinazione fatta dai piemontesi a danno del Mezzogiorno), alla ripresa difficile ma resistente. Così il maccaronaro diventa una figura di resistenza alla sottomissione del sud voluta nell’Unità d’Italia;
- ed ancora nel fascismo Filippo Tommaso Marinetti scrive in un testo contro la pasta (riportato nel libro) che la pasta causa «fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo» inneggiando ad una cucina alternativa con la riscoperta di alimenti diversi e alternativi agli amidacei.
La sua tesi venne ispirata e appoggiata da Mussolini che preferiva per gli italiani riso coltivato nelle nostre terre anziché il costoso grano straniero.
A tal proposito in un proclama il duce annunciava di non mangiare pasta “per la conservazione e procreazione della stirpe”, e nel brano che Vincenzo inserisce nell’antologia, Filippo Tommaso Marinetti suggerisce di mangiare il roast beef come gli inglesi o il cotechino con i crauti come gli olandesi.
Furono anni di profonda crisi per i pastifici delle tre città pastaie della Campania, crisi che fu alimentata anche dall’avvento della tecnologia e dei nuovi macchinari industriali che permisero di produrre pasta indipendentemente dal clima e sicuramente di qualità inferiore rispetto a quella nostrana.
Dei pastifici locali solo qualcuno di Gragnano e uno di Torre riuscirono a resistere.
Aldilà delle deduzioni politiche che possono sorgere nel lettore (si sottolinea che il taglio del libro non è politico, ma la storia che ci racconta Vincenzo fa chiaramente emergere ad onor di cronaca i contrasti e storie di territori, crescita e di resistenza), l’accurata antologia di Vincenzo è anche iconografica. Molto bella ed interessante è la selezione di immagini della pasta come uno dei primi street food di Napoli, degli scugnizzi mangiapasta o dei venditori ambulanti di pasta, o della grafica delle pubblicità e delle etichette dei più autorevoli pastifici napoletani.
Vincenzo Esposito mette insieme in questo volume la storia della pasta che è anche la storia dei napoletani.

[Introduzione alla presentazione del libro a Contiere 167, venerdì 13 dicembre 2016]

[© photo Ferdinando Kaiser]